mercoledì, 17 giugno 2009

L' Annunciazione

Guardo l’Essere muoversi nel mio ventre dilatato, sotto la pelle ormai grigia e tumefatta. Il dolore che mi attanaglia, ora mi concede un attimo di tregua. La mia mente torna a quella notte. Tic, tic. I miei tacchi picchettavano il porfido della strada del centro. M’ero attardata troppo in ufficio perchè l’indomani si sarebbe svolto il consiglio di amministrazione e dovevo accertarmi che tutti i documenti societari  fossero pronti. Il tailleur stretto non mi permetteva un’andatura veloce. La città, in quella fredda notte invernale, era deserta. Ebbi la sensazione che qualcosa o qualcuno si muovesse alle mie spalle. “Solo suggestione” pensai.  Però decisi di tagliare per il portico più illuminato. Appena lo imboccai, mi sentii chiamare. “Eva”. Fu un sussurro, un bisbiglio. Il sangue mi si gelò. Mi girai di scatto  e lo vidi. Era un uomo maturo, alto, dai tratti scuri, con i capelli impomatati pettinati all’indietro. I suoi occhi vividi mi sorrisero sinistramente. Con libidine si aprì l’impermeabile mostrandomi le sue nudità. Rimasi paralizzata alla vista del suo sesso che si animava di vita propria. Sembrava un serpente ed in effetti, dopo qualche sinuosa evoluzione, vidi con terrore e sorpresa una lingua bifida uscire dal meato del glande. Mi sembrò addirittura sentirlo sibilare arcane parole. ‘Donna, Ofione figlio di Borea ti ha prescelta. Ti darà indecente piacere trascinandoti nel peccato più bieco. Verrai fecondata, custodendo, alimentando e crescendo il Male nel tuo putrido grembo.’ In un flash fu sopra di me. Fui pervasa da un orgasmo intenso ed estatico che esplose prepotente. Lo sentii vibrare in ogni cellula del mio corpo.  Il ricordo svanisce, cacciato da un dolore inumano. Mi ritrovo a gridare con tutto il fiato che ho in gola, nel travaglio  dell’ultima doglia.

Steso da Squiddino nel mese di 13:38 parlo di: male
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giovedì, 05 marzo 2009

Memorie di un'adolescenza coatta

“Panzzetta Arotolà,  t’avverto: s’aritrovo o stucco co li spilli sul terazzo mio, te faccio male. ..ah e cerca de lascià n’pace Allesandra ..hai capito ?” sputai queste parole a due centimetri dal viso del ciccione. Doveva finirla di tirarmi roba con la cerbottana. Solo perché era geloso dei miei appostamenti per vedere la ragazza che abitava al piano sopra a lui. Alessandra. “A’ Rugge me fai ride….” Alcuni amici lo tirarono via. Volevano evitare la rissa. Lui sempre con il suo ghigno. Mi domandavo se fosse veramente deficiente o recitasse questa parte per irridermi. Avrei giurato che anche lui, come me, morisse per quella bionda dalle labbra carnose e dal seno grande. Per lei mi era completamente andato in pappa il cervello. Passavo interi pomeriggi d’inverno sul terrazzo di casa mia, all’attico, a guardare il balcone del terzo piano del palazzo di fronte. Lì abitava la mia dea. Non avevo paura della concorrenza di “Panzetta Arotolata”. Ero troppo più figo di lui. Lui con quella faccia da Umberto Smaila da piccolo, che speranze poteva avere? Ed io? Che speranze potevo nutrire nei confronti di quell’utopia di ragazza? Non sapevo. Sognavo. Sognavo di stringerla. Ora però quel ghigno irriverente mi stava dando ai nervi. Sferrai un pugno caricandoci sopra tutto il peso del corpo. Panzetta Arotolata schivò e prese a correre veloce il più lontano possibile da me. Con le nocche raggiunsi un pilastro che, a differenza del vile Panzetta, non si spostò di un millimetro. Mi si scoprì l’osso e ancora oggi porto la cicatrice. Alcuni mesi dopo, ricordo che ero sul mio grande terrazzo all’attico. Insieme a me il fedele Felix e con noi, udite udite, le due inseparabili amiche Viviana e ...Alessandra. Mettemmo nel mio enorme stereo da spalla una cassetta con sopra scritto “Lentacci da strucio”. Appena si diffusero le prime note di Palace of Versaille di Al Stewart, presi Alessandra per i fianchi, la tirai dolcemente a me e cominciammo a muoverci ad un languido ritmo. Felix mi imitò con la piccola Vivi. Ma io ormai non percepivo più cosa succedesse intorno a noi. Avvolti dalla parte buia del giorno in un pomeriggio di autunno dal clima ancora mite. Essere così vicino alla ragazza che sognavo da mesi mi turbò non poco. Ero inebriato e volevo godermi, amplificare, dilatare ogni più piccola emozione, ogni più piccola sensazione. Lei, come tutti gli adolescenti, emanava un odore un po’ acre che io trovavo sensuale al parossismo. Dio quant’ era bella. “Allessà, sei stupenda.” Il cuore mi scoppiava in petto. Lei mi guardò e sorrise. Grandi occhi  nocciola, naso deciso ma armonioso e una bocca carnosa i cui baci sarebbero stati (in quel momento l’ho pensato) l’unico bisogno della  vita mia. Il tutto incorniciato da capelli biondi lunghi sulle spalle. La guardai negli occhi con gli occhi miei che brillavano d’emozione. “Te voi mette co me ?” . Ecco l’avevo detto. Il tempo si era fermato come per un incantesimo. Rimanemmo a guardarci per qualche secondo. O forse un secolo. “Bhe” disse lei, “Le cozze devono sta coi cozzi, quindi … si!” e sorrise. La strinsi a me e la baciai. Il suo seno morbido contro il mio petto. Insinuai una mano sotto la maglia e toccai la sua pelle di velluto. Quando arrivai al filo del suo reggiseno mi sembrò di impazzire. Emozioni che posso ancora ricordare. A distanza di qualche decennio.

Steso da Squiddino nel mese di 12:14 parlo di: amore, ricordi, sise
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